CATANIA – Sono passati 35 anni, una generazione e mezza: eppure sono parole di una attualità sconcertante, quelle pronunciate dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in due delle sue interviste piu famose, quelle rilasciate ad Enzo Biagi nel 1981 ed a Giorgio Bocca solo un mese prima di morire, nell’agosto 1982. Interviste di cui fortunatamente restano tracce indelebili su internet, Youtube in testa: Enzo Biagi, in una delle domande più intelligenti che gli abbiamo mai sentito rivolgere, chiese al Generale appena nominato vice comandante generale dei Carabinieri (il comando era di solito affidato ad un ufficiale dell’Esercito) “quante volte si è sentito sconfitto?”, e Dalla Chiesa senza abbassare lo sguardo, senza esitare, rispose “quando ho avuto ragione ed ho dovuto sacrificarla”.

Chissà quanti episodi si celano dietro quelle poche parole, ma pesanti come macigni. I successi di Dalla Chiesa si sprecano, oggi (3 settembre) leggerete tanti articoli in cui verranno puntualmente citati e riassunti, poi esiste internet che se usato bene si rivela uno strumento potentissimo di informazione e divulgazione.

Oggi ricorrono 35 anni dal brutale omicidio del Generale dei Carabinieri ammazzato dalla mafia (la minuscola è d’obbligo) solo pochi mesi dopo essere stato nominato Prefetto di Palermo, con il preciso compito “di condurre una serrata attività di contrasto alla criminalità organizzata siciliana”. Un compito che, con il senno di poi, gli è  stato affidato senza le opportune protezioni. Per questo risuonano come macigni le parole dello stesso Dalla Chiesa a Biagi, durante l’intervista del 1981: “del senno di poi sono piene le fosse. Certo, l’obiettivo che Dalla Chiesa si era prefissato era ambizioso: eliminare la mafia, non semplicemente contenerla o reprimerla.

E dall’intervista con Giorgio Bocca dell’agosto 1982, quando era Prefetto di Palermo da circa tre mesi, viene fuori un concetto talmente limpido quanto noto a tutti i siciliani: la mafia attecchisce laddove lo Stato fallisce la sua missione, in particolare quella di garantire i diritti dei cittadini. “Garantiamo ai cittadini i loro elementari diritti e sottrarremo potere alla mafia”, questa era la convinzione di Dalla Chiesa. Era il Comandante con cui i giovani Carabinieri amavano farsi fotografare, anche negli anni in cui aveva combattuto e contribuito a smantellare le Brigate Rosse: aveva utilizzato per la prima volta gli “infiltrati”, non immaginando forse che l’altra parte, l'”eversione nera”, stava probabilmente utilizzando la stessa tecnica.

La prova? Il fatto che per la strage di Piazza della Loggia di Brescia del 1974 siano stati indagati a più riprese Carabinieri che negli anni avevano fatto una certa carriera (Generale Francesco Delfino su tutti): che sarebbe successo se a Dalla Chiesa avessero chiesto di approfondire la questione? Ma di Dalla Chiesa ne esisteva solo uno, avrebbe potuto lavorare su un fronte solo per volta, ed in fondo la “questione siciliana” se la era presa davvero a cuore: lo stesso Giuseppe Fava, giornalista de “I Siciliani”, nella sua ultima intervista documentata sempre con Enzo Biagi (del dicembre 1983, verrà ammazzato dalla mafia nel gennaio 1984) commentava “negli ultimi anni la lotta alla mafia ha visto morire solo siciliani, escluso Dalla Chiesa, anche se in fondo era un po’ siciliano anche lui, essendo stato a Palermo per diversi anni”. 

Biagi ad un certo punto chiese a Fava perché Dalla Chiesa fosse stato ucciso. E Fava, noto per la disarmante sincerità, e pericolosa trasparenza delle sue risposte, disse “Dalla Chiesa aveva capito: questo proliferare di nuove banche, nascondeva qualcosa. Era nelle banche che bisognava frugare: li dentro venivano riciclati decine di migliaia di miliardi di lire insanguinati che poi venivano reinvestiti in opere pubbliche”. Terminando laconico e dissacrante come suo uso “ritengo che anche  molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia”. 

Certo, si parla di più di 30 anni fa, molte cose sono cambiate: con la tecnologia attuale Dalla Chiesa, che già tanto aveva fatto per lo Stato italiano e per ristabilire la legalità in più campi, avrebbe fatto segnare nuovi ed eclatanti risultati. Ma a conti fatti oggi avrebbe avuto – ad occhio e croce – 96 anni: da buon Carabiniere, quale in fondo era, avrebbe mantenuto il rigore dei segreti istituzionali nelle sedi opportune e trasmesso le informazioni utili solo agli organi competenti.

È questo rigore e attaccamento allo Stato che oggi vogliamo ricordare, un monito ai tanti ragazzi che magari frequentano le scuole intitolate a Dalla Chiesa senza sapere chi è stato, alle persone che frequentano o abitano in Vie e Piazze a lui intitolate, sperando che prima o poi si realizzi uno dei suoi sogni: creare una società che impedisca alla malavita di penetrare nelle sue pieghe più vulnerabili.

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