Le viole chiuse di Fabrizio Catalano

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Le viole chiuse di Fabrizio Catalano


“Le viole dagli occhi chiusi”, il nuovo romanzo del nipote di Sciascia.

A volte la vita non è letteratura e non sentiamo quello che c’è dentro lo specchio.

 Come lasciata per caso questa metafora sembra abbandonata come un graffito nel labirinto dell’antica storia del doppio a cui Fabrizio Catalano ritorna, intrecciando l’esistenza di due figure femminili, gemelle.

Un perfetto doppio letterario in cui ad una parte di esso viene negato il dono della luce. Una cecità a cui la voce narrante aderisce nell’esclusiva memoria di essere state unica cellula con altra carne.

In questo ricordo prenatale si snoda il nucleo intimo di un sogno che non diventa mai vecchio come se lo scrittore, apertamente, volesse rinunziare alla decadenza visiva e, dunque, storica dei personaggi.

Non si tratta di un sogno fatto in Sicilia di cui parla Leonardo Sciascia, il nonno di Fabrizio, ma di altra tempra onirica, più esattamente di un filo che collega la Bolivia e il Belgio, due culture che egli ben conosce e ama.

Proprio per Fresia e Leda la vita è letteratura indissolubilmente legata a due patrie, a due lingue, a due anime in un continuo deragliare della parola, travestita dal gusto del viaggio.

In questo unico corpo scisso, per ventura di nascita, convergono sia il topos primitivo ed erotico delle culture ancora arcaiche ed epiche sia lo spessore intellettuale del sapere occidentale, preservato dalla barbarie dell’omologazione.

L’esistere è per queste giovani donne come la doppia arpa che i genitori adottivi regalano loro e su cui le gemelle imparano ad esercitare la loro invisibile armonia.

Torna nelle pagine di Fabrizio Catalano il tema del matriarcato, la parola delle donne, a cuore nudo, con la potenza simbolica di un’unica culla e di un’unica morte.

Il genere maschile rimane in trasparenza, oggetto d’amore, protagonista seducente e innocuo, sottomesso e vitale con l’anima adombrata in un racconto minore, talvolta fatuo. Un motore d’istinto che unisce e separa le sorelle senza mai raccoglierne il loro doppio, per destino comunque dominato dall’invisibile.

In questo romanzo sembra impiantarsi non soltanto il diritto dell’anima di manifestarsi, ma anche quello di centrare l’indicibile in una sconosciuta visione della morte: una placenta claustrofobica, un silenzio globale in una prateria di fuochi fatui dove, con la fatica della coscienza, si ritrova l’essenza ultima.

In un luogo narrativo senza terra, il fatto diventa irrilevante: la storia, nel perdere ogni accadimento, celebra l’immortale smarrimento, dapprima come incubo, infine come identità.

Un pianto di viscere in una superficie spugnosa come il ventre materno in cui l’eternità e il perdono rimangono, in una nuova indicibile simbiosi, nel cuore delle donne.

La morte, ancora in qualche veglia di vita, è alba spaventosa costellata da impulsi bui e riparati, da inesprimibili presentimenti di una rinascita a cui Fabrizio non osa dare un nome affinché il mistero non venga corrotto dal realismo di una sola parola.

Solo una poetica effimera sembra capace di riparare la grande lacerazione dell’eterno attraverso l’amore, unica energia che sa eccedere il significato e trasformare il passaggio verso un’attesa indicibile di svelamenti.





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