Sant’Agata, la donna e la rivoluzionaria. Simbolo della lotta contro il femminicidio

Catania è in festa. C’è un cielo che si colora con i fuochi d’artificio. Sant’Agata si affaccia al suo popolo. C’è una flotta di persone con in mano un fazzoletto, bianco. Bianco come la purezza. Bianco come la trasparenza. E se quel fazzoletto sventolato gridando: “Viva Sant’Agata”, si colorasse di rosso? Se per ogni cerone acceso ci fossero accanto delle scarpe femminili rosse? Rosso come il colore delle panchine che stanno emergendo in tante città italiane per ricordarci di lottare contro la violenza sulle donne. Rosso come quel braccialetto che indossiamo il 25 novembre nella giornata contro il femminicidio.

E se spogliassimo Agata dal suo ruolo di Santa, cosa vedremmo? Agata la donna. Agata la rivoluzionaria che lotta contro un uomo che vuole possederla. Agata è il simbolo di una ragazza che vuole conservare la propria libertà. La libertà di scelta. Scegliere di interrompere una relazione, scegliere chi amare, scegliere di indossare una mini gonna senza che ci sia l’occhio indisturbato di un uomo che ti obbliga a infilarti un paio di pantaloni. Scegliere di uscire con le amiche senza che ci sia la gelosia di chi dice di amarti, per sempre. Scegliere di non voler vivere un amore malato.

Con Agata la donna, la rivoluzionaria, la femminista siamo in Sicilia, a Catania, in quel lontano 251 d.C. Dicono che oggi la vita di una donna sia cambiata. Adesso le donne hanno il diritto al voto, possono lavorare e indossano i jeans. Eppure ci sono numeri che mostrano il contrario. Sono 115, nel 2016, le donne uccise per mano di mariti, fidanzati, compagni, o massacrate da uomini violenti. La sequenza, neanche a dirlo, è sempre la stessa: una donna decide di troncare una relazione, l’uomo la uccide.

I tempi cambiano. Ci sono persino donne che ricoprono ruoli manageriali. Se non è libertà questa, dicono. Eppure 1766 anni dopo ci sono troppe donne che muoiono come la martire Agata. E ci sono troppi uomini che come il proconsole Quinziano considerano la donna come una proprietà. C’è la storia di Agata dentro tante donne. Quelle che quotidianamente devono recarsi al commissariato per un abuso, per un’aggressione subita e perché si sentono pedinate. C’è la storia di Agata in nomi di donne che conosciamo bene. Loro non sono riuscite a liberarsi da un uomo ossessivo e possessivo. C’è la storia di Agata dentro quei volti di donne bruciate, massacrate e sfregiate con l’acido.

Agata è stata una martire. Ha accettato di camminare sui carboni ardenti ed ha subito violenze fisiche. Le hanno strappato i seni con rabbia e malvagità. Agata ha lottato per difendere il suo diritto di essere donna. Agata non voleva sottomettersi a nessun uomo. Agata è il simbolo della lotta contro il femminicidio. Oggi la vita di una donna è cambiata? La riposta è no. C’è Agata dentro la morte di Giordana Di Stefano, la giovane mamma di Nicolosi massacrata dal suo ex. Agata è negli occhi di Stefania Noce, 24 anni di Licodia Eubea, uccisa a coltellate da chi diceva di “amarla più della sua vita”. Agata è nel sorriso di Veronica Valenti, quello che si è spento in una giornata di fine ottobre, quando è stata uccisa con 60 coltellate dal suo ex fidanzato.

Giordana, Stefania e Veronica sono le donne di oggi che, come Agata, lottano quotidianamente contro una società maschilista. Ogni giorno troppe donne combattono per non sentirsi più donne-oggetto, donne-bambole. Quelle che puoi amare e distruggere.

Catania è in festa. Ci sono colori e odori in ogni angolo della città. Ma c’è un colore che dovrebbe prevalere più di tutti. Il rosso. La storia di Sant’Agata deve ricordarci che ancora oggi le donne non sono libere. E forse bisognerebbe iniziare dagli aspetti più banali e semplici. Conquistare veramente la parità di genere è ancora un percorso lungo e tortuoso. Si potrebbe iniziare persino da un cambiamento lessicale e linguistico, in cui il genere femminile venga utilizzato alla stessa stregua di quello maschile. Forse, partendo da alcuni aspetti, apparentemente banali, l’uomo può finalmente pensare che non esiste un genere che prevalga sull’altro. E quindi: “Siamo tutte devote di tutti e tutte”.

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