Processo di ‘ndrangheta “Aemilia”, due anni per l’ex attaccante della Juventus.

Volto conosciuto nel mondo dello sport, Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della Juventus  e della Nazionale, è stato condannato a due anni nel processo di ndrangheta “Aemilia”.

Per lui la Dda aveva chiesto sei anni per i reati relativi alle armi  con l’aggravante mafioso, il padre dell’ex calciatore, Giuseppe, è stato anche accusato di associazione mafiosa ed è stato condannato a 19 anni.

“Vergogna, ridicoli!”, queste sono le parole urlate dall’ex attaccante juventino e dal padre Giuseppe, alla lettura della sentenza.

Le condanne lette dal collegio dei giudici, sono state 125, con 19 assoluzioni e 4 le prescrizioni  per i 148 imputati. Malgrado alcune riduzioni di pena, è stata conclamata l’esistenza di un ‘ndrina arriva da anni in Emilia e nel Mantovano  con epicentro a Reggio Emilia.


L’iridato di Berlino era stato trovato in possesso di un revolver Smith&Wesson calibro 357 magnum, oltre a una pistola Kalt-tec 7,65 Browning e a 126 proiettili. Lo stesso Iaquinta aveva regolarmente denunciato il tutto, sostenendo di custodirle nella sua abitazione di Reggiolo. L’accusa è scaturita dalla cessione delle armi al padre Giuseppe: nel 2012, a quest’ultimo fu notificato un provvedimento del prefetto di Reggio Emilia volto a proibirgli il possesso e ovviamente l’utilizzo di armi da fuoco. Il motivo risiedeva nelle sue frequentazioni: gli inquirenti avevano scoperto amicizie particolari con presunti affiliati alla ‘ndrangheta. La vicenda è rientrata poi all’interno del processo Aemilia: iniziato ufficialmente il 28 gennaio 2015, ha portato all’arresto di 160 persone in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. Svelando la presenza della criminalità organizzata nell’economia e nella politica emiliana.

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